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Sicurezza in vacanza

Hotel Jesolo Croce di Malta

Da quando non sei più al mio fianco, non ho passato un solo istante senza pensarti, ma più passa il tempo e più fatico a metterti a fuoco, c’è troppa gente che ancora cerca di consolarmi, figli, amici, parenti, conoscenti, tutti attenti a non lasciarmi sola, a soffocare i miei sospiri, a darmi consigli, a invitarmi a cena, a offrirmi compagnia, quando in realtà vorrei solo amoreggiare col ricordo di te. Loro non si rendono conto, non sono convalescente, tu per me non sei una malattia da superare. Ma se fuori c’è troppo rumore, dentro di me è calato il silenzio. Inutile negarlo, mi sono persa. Non mi riconosco più, mi sento straniera dentro alla vita di sempre, porta sprangata contro cui la stessa realtà finisce col frangersi. Perfino i miei passi risuonano falsi. Schivano chiunque incontrino lungo la strada.

Tu eri il sogno della mia vita, mai avrei immaginato il giorno in cui mi sarei ritrovata a rimpiangerti, forse è per questo che, oltre a non riuscire a vestirmi di nero, il ruolo di vedova mi sta così stretto. Se il nostro legame si fosse dissolto per colpa nostra, avrei ancora una speranza, potrei telefonarti, chiederti di raggiungermi in albergo, di dare ai nostri abbracci una seconda opportunità, ma contro il destino ho le mani legate. Accarezzarti col pensiero è l’unica consolazione rimastami, ma fatico sempre più a farlo, per questo sono tornata a Jesolo, dove la nostra storia è iniziata, quasi trenta anni fa. Non sono in cerca di avventure, non vado a caccia di nuovi amici come una di quelle attempate riccone che vanno a svernare in Costa Azzurra, desidero solo un Natale tranquillo, al riparo da feste, tradizioni, chiacchiere e consumismo. Sono partita senza avvisare nessuno per affidarmi alla discrezione di chi fa dell’accoglienza il proprio mestiere. Svuotata del quotidiano, continuo però a perdermi per strade che non riconosco più. Sono alla ricerca di un appiglio qualsiasi che mi parli di te, ma scopro che neppure l’acqua salata porta memoria di noi, come se il nostro amore fosse frutto di un fuoco fatuo, di una passione figlia dell’estate, di una sola notte e delle sue stelle cadenti.

La stessa sabbia mi rimanda una sensazione di gelo. Esasperata, torno in camera, là almeno potrò pensarti.

Nella penombra tutto è uguale ad allora. Avvolta dal caldo tepore delle luci ti scopro in un volo di gabbiano, in una conchiglia che canta nostalgia, nella macchia di pini che dondola alla corrente, in una nuvola che calcia la sabbia, nei ciuffi di macchia mediterranea che, come lucertole, si sdraiano tra i raggi del sole, in cerca di calore.

E finalmente mi rivedo, giovane insegnante neo diplomata assunta per la stagione estiva in una colonia marina a pochi chilometri da qui, presa d’assalto da un’ondata di bambini, mentre tu tenti inutilmente di metterli in riga per una foto ricordo. Sarebbe stato mio compito fare la voce grossa per aiutarti, e invece mi ero messa a ridere a crepapelle, giocando io stessa a sfidare la tua pazienza. Da quel momento ci siamo fusi in un solo destino. In questo ritrovarti è la mia felicità, nenia di dolcezza che mi chiude le palpebre con un bacio. Ma dura poco la sensazione di pace. Nonostante mi trovi nella stessa stanza in cui passammo la nostra prima notte di nozze, non appena mi addormento, il mare d’inverno torna a mugghiare. È bello da far male, e allo stesso tempo freddo, minaccioso, tormentato come sa esserlo il cuore. Erode i pensieri buoni, quasi si trattasse di un tratto di costa, e al loro posto lascia il sale delle lacrime, un pianto di sabbia impalpabile che sradica il sogno, rendendo impossibile immaginarti al mio fianco. Mi sveglio di soprassalto, ti cerco e mi ritrovo, riconosco i dettagli, gli abiti gettati alla rinfusa su una sedia, le scarpe piene di sabbia, la quiete tipica degli alberghi fuori stagione, gli stessi angoli di poco fa. Fuori infuria una tempesta, ma qui si sta come dentro alla pancia vuota di una nave, si balla, si vomita sangue e dolore, eppure si continua a resistere aggrappandosi a un pugno di cuscini. Mi alzo e mi piazzo davanti alla portafinestra, vorrei essere acqua, scorrere come pioggia, e invece resto immobile come un sasso in un quadro di Magritte. Senza la calce dell’amore, mi scopro infinitamente più fragile delle pietre con le quali quest’albergo è stato costruito, una quarantina d’anni fa. Dopo di me, chi ricorderà i nostri momenti assieme? Me lo chiedo da mesi, e per la prima volta una risposta mi scalda il cuore: la nostra storia resterà conservata per sempre tra le pagine dei registri della reception, traccia tangibile della nostra prima notte di nozze, quando l’amore era ancora il pensiero di una carezza che di lì a poco si sarebbe insinuata tra le lenzuola, appena uscita -umida e stonata- dalla doccia. Il tempo archivia, non dissolve il passato. Niente può perdersi se ha solide fondamenta per diventare storia. La tua voce ora è la luce che rimbalza sui muri, cerca la mia, gioca con i miei capelli, mi bacia il collo, brilla sulla fede che porto al dito, segno indelebile che nemmeno il mare d’inverno potrà mai cancellare. E questa certezza, d’ora in avanti, sarà la mia forza.

di Barbara Cannetti (3° classificato)

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