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Sicurezza in vacanza

Hotel Jesolo Croce di Malta

Cerrrto-arriverà-in-hotel-per-le-vacanze-di-Natale-come-fa-sempre. Cerrrto!

Era un corvo corazzato, color del cielo.

Poteva chiamarsi Rocco, come Mario o Carlo. Ma per me era Berto.

Invece delle labbra aveva un becco grigiastro e muoveva su e giù la pappagorgia, senza proferire verbo. Stiracchiava le ali e caracollava da una zampa all'altra, pronto da un momento all'altro a spiccare un volo sgraziato.

La invidiavo, quell'accozzaglia di ossa concave.

Perché lui, se voleva, il mare lo attraversava. Gli bastava aprire le ali e iniziare a sbatterle, e con poca fatica era a un tiro di schioppo dall'altra parte, dove iniziava il continente.

Io no. Ero praticamente nudo, piantato su gambette di gesso.

Affrontò il marciapiede come una rampa di lancio e decollò.

Ma vai a fare in culo, Berto. Fatti gli affari tuoi.

Quando levò le tende riapparvero gli omini di Lego, francobollati dietro le bancarelle vuote del pesce o acciambellati su panchine di legno.

Come ieri, come ieri l'altro. Con le braccia incrociate, pronti al niente, muovevano le labbra.

Dietro c'era il molo dinoccolato molo, senza grassi salotti viaggianti da attraversata, ma con gozzi scalcagnati impiccati alle bitte. Se ne stava da solo, e sembrava ancora più longilineo di quello che era. Dietro ancora l'Hotel che guardava il mare.

Andare. Restare.

Partire. Volere. Potere.

Uguale, perché anche se avessi voluto e volessi partire, non avrei potuto e non potrei. Volere e potere si equivalgono, come restare e partire si annullano.

Anche negli giorni scorsi, quando il mare era piatto come una medaglietta. E i gozzi sembravano cuori di leone a zonzo. E i traghetti ci facevano la spola.

Anche in quei momenti di normalità, io non potevo salire su una di quelle lamiere galleggianti che portano di là. Perché gli uomini con le mostrine, quelli come me, non li fanno imbarcare, se non sottobraccio di sirene quattordicenni con i tacchi a spillo. Se non accompagnati degnamente.

E se li beccano, i collezionisti di pulci come me, li buttano a mollo a insozzare l'acqua.

E' così niente da fare, se non restare, e aspettare, continuare ad aspettare.

Volere senza potere.

Fino al traghetto di stasera.

L'ultimo delle vacanze, prima della fine dell'Epifania.

Perché lei aveva detto a tutte le sue amiche, quelle degli yacht degli amici dei genitori, che nell'hotel-delle-vacanze-passo-il-mese-d'agosto-e-poi-le-vacanze-di-Natale. Tutti-gli-anni. Non-me-ne-perdo-una. Fosse-anche-solo-per-un-giorno. Stesso-mare-stesso-hotel.

Ma siamo già al sei di gennaio.

E l'ultimo traghetto è quello delle diciotto e ventitré, minuto più o minuto meno.

 

E dire che solo ieri ero ero con lei. In un sogno.

Mi ero addormentato sotto alla panchina dove sto sempre, in questa stanza senza bagno e soffitto.

Il freddo era meno metallico del solito e qualcuno aveva smesso di soffiare, tant'è che l'odore del porto arrivava di nuovo forte alle mie narici.

Poco più in là, oltre cartocci di Tavernello e mozziconi e pezzi di pneumatici, le onde ballavano forsennate e facevano riccioli, inspirando e tossendo iodio.

Ma io nel sonno avevo inaspettatamente ritrovato una speranzosa serenità.

Perché ero con lei.

Capelli di miele, borsetta ciliegia, gonna a metà coscia. Sguardo di fronte e cappello ondulato.

Lassù il sole era di nuovo un'arancia di Sicilia, non quel pallido sputacchio alla polenta integrale, sperduto in mezzo al cielo degli ultimi tempi. E le nuvole erano bianche di candeggio, non sporche macchie di mociovileda.

Lei che mi aveva raccattato vicino al porto un pomeriggio, in uscita libera dai genitori che erano rimasti in hotel, mi portava di nuovo con sé, come se fossi un gioiello.

Ero sempre a mezzo metro di distanza o addirittura a braccetto. Mattina e sera. Il solito giro.

Andavo dove voleva e mi sedevo esattamente dove indicava. Ogni tanto mi accarezzava e mi diceva cucciolo-sei-il-mio-tesoro.

Mi portava anche in spiaggia. Mi faceva coricare sul suo asciugamano, su un bordo.

E quando il sole era troppo impertinente slacciava la parte alta del reggiseno.

La sua schiena era colore della Luna. La pelle carta velina. Mi veniva voglia di leccarla.

Ed ero di nuovo, ancora una volta come un'estate fa, ad un passo dal farlo. Ma anche durante il sogno, improvvisamente, mi diceva che era ora-di-andare.

Si alzava, si rivestiva e mi faceva scattare in piedi. Due passi sui trampoli, arrivavamo davanti alla porta n. 12, a fianco di quella dei genitori, dava un giro alla serratura ed entravamo.

Calava poi la sera e la luna diventava una moneta d'argento nel cielo.

Usciva dal bagno con una camicia da notte di pizzo, mi diceva ciao-signorino.

Poi però, quando sul calendario c'era scritto trentuno, aveva preso armi e bagagli.

Ero rimasto con la lingua penzolante, fuori dall'hotel.

Dopo erano arrivati settembre che accorciava le giornate come fa un giardiniere, ottobre che le raffreddava soffiando, novembre che le spegneva come candeline di compleanno e dicembre che le aveva pietrificate.

E sì.

Ma con l'inverno anche finalmente le vacanze di Natale.

E lei, come aveva promesso a mari e venti, sarebbe dovuta tornare.

 

Ammazzo il tempo.

La mattina si è colorata di canarino.

Mi spingo verso il mare.

Le pecorelle sono sparite sul prato blu. Il sole splende autoritario nella palla azzurra, i gozzi sono a zonzo e alcune barche borbottano non troppo lontano.

Il traghetto staserà dovrà attraccare. Volente o nolente.

Mi dirigo con un passo sicuro verso il bar Mario.

Entro. Berrei qualcosa. Ma non ho un becco di quattrino.

Nessuno si accorge di me. Gli omini della Lego sono seduti al bancone a respirare mozzi di sigarette e riempire di ditate i bicchieri opachi. Franco, Beppino, Ciro, Salvatore e Gennaro. Possono chiamarsi così o in tutt'altro modo.

Ogni tanto qualcuno mi lancia un'occhiata, dall'alto in basso, come se fossi parte dell'arredamento. Poi nasconde le palpebre sotto un cappello di lana.

Nella teca, che quest'estate era così ricca di pastiera, zeppole e sfogliatelle, ci sono solo confezioni rosa di merendine plastificate.

Che-ci-fai-di-nuovo-qui-eh? Non-ce-l'hai-un-altro-posto-dove-andare-a-portare-le-tue-pulci? Dice Peppino, il titolare con capelli unti.

Non rispondo. Abbasso le ciglia sulle briciole. Sarebbe troppo facile. Almeno io le pulci mi tengono compagnia.

Qualcuno qui, invece, darebbe un occhio della testa per avere qualcuno con cui condividere ogni tanto un soffio di vita. Fosse anche una zecca.

Quindi abbozzo.

Il Corriere dello Sport parla della squadra della Nebbia che gioca il derby con quella della Bruma. E vince sempre la prima per due a zero. Niente che possa interessarmi.

Vado verso la mia umile dimora quando piove. E armadio all'occorrenza.

E' un cassone della munnezza. Uno di quelli verdi, indifferenziati, con le decalcomanie stinte.

Mi faccio bello in uno specchio retrovisore.

Arrivo sciancato fino al molo sulle gambette che sono stuzzichini da denti.

Ecco.

Sull'orizzonte spunta la caffettiera napoletana, il traghetto Alfredo. Si avvicina, cavalca una a una le onde. Le afferra con le unghie, le monta e le supera. Approda. Alfredo può tirare il fiato e smaltire la sbronza delle onde.

Da un'enorme bocca scende una lamiera.

Sbang.

Il mio cuore batte forte forte.

Vedo i visi di quelli che aspettano. Un ad uno. Scendono. Mi passano di fianco senza degnarmi di attenzione.

Mi si piegano le zampe, intanto.

Improvvisamente un'ombra nera copre il sole. Plana. Atterra e ripiega le ali, come se fossero un lenzuolo nero.

Berto.

Di nuovo tu.

Mi accuccio, ripiego la coda, con il muso che si appoggia sull'asfalto.

Diciotto-e-trentatré-ti ha fregato-e-l'Epifania-tutte-le-feste-se-le-porta-via!

 

di Marco Gagliardi (Premio Critica “Fuori Concorso)

 

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Venerdì 22 agosto Teatro sulla spiaggia! Chiosco Faro, arenile Faro

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Sabato 4 e domenica 5 ottobre Spiaggia del Faro

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Venerdì 31 ottobre Pala Arrex, piazza Brescia

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